Il Natale quest’anno è stato un campo di battaglia ideologico

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Quando l’attivismo e la divulgazione (performativa) distruggono ciò che dicono di protegger

Questo Natale mi ha regalato gioia e serenità, ma anche una dissonanza cognitiva che non riesco a scrollarmi di dosso.

Non è per i panettoni a Novembre o per Mariah Carey in loop, che ho sentito solo una volta, avendo messo piede in un negozio solo il 24 Dicembre e si trattava di un supermercato.

È per quello che ho visto accadere nel dibattito pubblico, soprattutto sui social, dove un’onda crescente di “consapevolezza” stava rischiando di trasformare ogni cena di famiglia in un potenziale crimine contro la salute mentale e sociale degli individui.

La narrazione della liberazione (che in realtà opprime)

Facciamo un’ENORME premessa a scanso di equivoci: credo che l’attivismo e la divulgazione siano da difendere come pratiche di verità e forme di vera cura collettiva e sono dispositivi sociali in cui credo profondamente.

Vero è che, scrollando i social nelle ultime settimane, mi sono imbattuto in una nuova liturgia progressista che recitava come mantra dei concetti che potremmo riassumere in poche frasi:

“Non sei obbligato a vedere la tua famiglia a Natale.” “Il sangue non crea vincoli.” “Non dovete per forza cucinare a Natale” “Proteggi i tuoi confini emotivi.” “Il Natale è traumatico.”

Tutte verità parziali, a seconda dei casi terribilmente vere, ma trasformate in mantra assoluti.

E qui ci ho visto un problema.

Perché sì, esistono famiglie tossiche. Esistono dinamiche disfunzionali che andrebbero interrotte. Sì, il carico mentale domestico grava ancora in modo sproporzionato sulle donne.

Ma tra il riconoscere problemi reali e proclamare che ogni famiglia è un campo minato, tra il criticare squilibri di genere e demonizzare qualsiasi forma di cura relazionale, c’è un abisso.

Un abisso che la nuova retorica “emancipatoria” sta attraversando a velocità supersonica.

L’economia comportamentale dell’indignazione

Quello a cui stiamo assistendo è un caso da manuale di availability cascade: una volta che un’idea guadagna visibilità, diventa sempre più saliente e disponibile nella memoria collettiva, creando un effetto valanga di conferme apparenti.

Nello stesso giorno, anzi, che dico, in una manciata d’ore, in tanti e tante hanno parlato della stessa cosa.

Ogni post su: “come ho tagliato i ponti con la mia famiglia tossica” ha generato altri post simili, creando un’illusione di prevalenza del fenomeno.

Nel regno del moral grandstanding, ovvero quella tendenza a usare il discorso morale non per risolvere problemi, ma per segnalare la propria superiorità etica, i social media sono il palcoscenico perfetto.

Che risultato ho intravisto?

Una competizione al ribasso dove vince chi riesce a trovare il trauma o la violazione più nascosta. Dove proclamare: “quest’anno non vado dalla mia famiglia” o “quest’anno non cucino per nessuno”, diventa un atto di coraggio performativo, a prescindere dal contesto reale.

Il ruolo degli psicologi nell’apocalisse relazionale

Qui devo fare un mea culpa professionale che pesa come un macigno.

Troppi colleghi psicologi, psicoterapeuti, counselor improvvisati, stanno cavalcando questa onda con una disinvoltura che rasenta l’irresponsabilità.

Post su post che ti dicono di “tagliare le relazioni tossiche”, di “proteggere la tua energia”, di “non accettare compromessi”, di “mettere te stesso al primo posto”. Sempre e comunque, a prescindere.

Ma dove sono finite la complessità, la sfumatura, la contestualizzazione?

Dove è finita la consapevolezza che le relazioni umane sono intrinsecamente ambivalenti, che la famiglia è un sistema complesso che non si riduce a “tossico vs sano”, che la cura reciproca richiede anche sacrificio e fatica?

La verità scomoda è questa: l’attivismo performativo vende. La complessità no.

Ma attenzione, perché in realtà ci sta vendendo l’immagine patinata dell’attivista o del professionista moralmente superiore, mentre la gestione della realtà, le relazioni, la complessità da gestire, la vita vera, resta interamente sulle spalle delle persone.

E un post che ti dica:

“Analizza criticamente le dinamiche familiari, riconosci i pattern disfunzionali ma mantieni anche la capacità di tollerare l’ambiguità e di investire nelle relazioni imperfette”,

non genera engagement e soprattutto non ti dà quella scarica dopaminergica di chi ha trovato finalmente il nemico da combattere.

La frammentazione

Quello che stiamo osservando è un fenomeno che qualcuno aveva profetizzato nella sua analisi della modernità liquida: la dissoluzione di ogni legame stabile e il primato assoluto dell’individualismo su qualsiasi forma di vincolo comunitario.

Una società dove i legami normativi tradizionali si dissolvono senza che nuove forme di integrazione sociale li sostituiscano.

Pensiamo di essere liberi ma stiamo vivendo in una solitudine sistemica.

Una solitudine sistemica che fa tanto, ma tanto bene, a chi ti vuole far comprare il suo corso da 497€ su come guarire dal trauma familiare.

E qui veniamo al paradosso più amaro: nel tentativo di emanciparci dalle costrizioni familiari (molto sono reali, ripeto, ma molte sono immaginarie o per lo meno enfatizzate), stiamo creando generazioni di individui sempre più isolati e sempre più dipendenti dalla validazione esterna.

La questione di genere (mal posta)

Sì, è vero: il carico di lavoro domestico durante le festività grava ancora in modo sproporzionato sulle donne. Sì, l’aspettativa sociale che siano le donne a orchestrare la “magia” del Natale è un GRANDE problema reale.

Ma la soluzione è davvero proclamare che: “cucinare per Natale è patriarcato”?

Che occuparsi dei legami familiari è “lavoro emotivo non retribuito”?

Che: “ogni gesto di cura è sfruttamento”?

Questo sa tanto di individualismo neoliberista travestito da progressismo.

Perché l’effetto di questa retorica non è la redistribuzione della cura, ma la sua svalutazione. Trasforma la generosità in sottomissione e rende sospetta la cura stessa.

La trappola della polarizzazione

Questo tipo di attivismo è un sottoprodotto del nuovo capitalismo, che progetta anche i suoi antagonisti.

Riduce tutto a due posizioni inconciliabili, sostituendo il pensiero complesso con quello dicotomico.

A me questo non sembra progresso e credo anche non funzioni un granchè.

In quanto psicoterapeuta esperto di tecniche paradossali, riesco a dirlo chiaramente: quando una causa smette di essere inclusiva e diventa gerarchica, chi ascolta non si sente invitato/a a cambiare, ma giudicato e la reazione naturale non è adesione, ma la totale avversione, la difesa.

Perché tutto questo non funziona

L’ovvietà: se le cose stanno peggiorando, vuol dire che non stiamo lavorando bene.

Guardiamo i dati: i tassi di solitudine sono ai massimi storici; i livelli di ansia e depressione nelle nuove generazioni sono in crescita esponenziale. La frammentazione sociale aumenta e la fiducia interpersonale crolla.

E la risposta qual è? Più individualismo. Più taglio di legami. Più “proteggi te stesso”. Più “non devi niente a nessuno”.

Se questa fosse la soluzione, non dovremmo stare meglio?

Non dovremmo vedere un miglioramento nel benessere psicologico collettivo?

Invece stiamo combattendo il problema con gli stessi strumenti che lo hanno creato.

Esiste un’alternativa?

Dobbiamo tornare al Natale della tradizione, dove tutti sorridono mentre covano rancori e le donne si ammazzano di lavoro? No.

Sono il primo ad aver rotto gli schemi, ormai da 20 anni. Non è questo il punto.

Il punto è sviluppare competenze relazionali adulte invece di cercare la via d’uscita più facile.

Vuol dire imparare a stare nel conflitto senza demonizzare l’altro, porre confini senza tagliare legami, riconoscere le dinamiche problematiche senza trasformare tutto in patologia.

Essere capaci di negoziare ruoli e aspettative invece di proclamare rivoluzioni unilaterali e tollerare l’imperfezione relazionale senza scivolare nel vittimismo.

Essere capaci di distinguere tra difficoltà e abuso reale.

Ma questo non vende e non genera engagement e soprattutto non ci fa sentire eroicamente liberati.

Ci richiede invece quella fatica psicologica che la cultura pop non vuole più farci fare.

Dobbiamo permetterci il lusso di immaginare una società in cui le donne non sono schiave del lavoro domestico, ma neanche martiri del rifiuto performativo e gli uomini partecipano attivamente alla cura domestica, emotiva e relazionale e le famiglie riconoscono i loro limiti senza distruggersi.

E questo richiede vero lavoro e non la polarizzazione in bolle sociali, dove si finisce a parlare solo alla propria bolla.

Di sicuro è uno scenario più realistico dell’alternativa che è in questo periodo davanti agli occhi di tutti, ovvero, un mondo di individui perfettamente autonomi, perfettamente protetti, perfettamente soli, dove ciascuno parla alla propria bolla, le donne parlano alle donne e solo ad esse, gli uomini parlano agli uomini, le donne single parlano alle donne single, gli uomini etero parlando agli uomini etero, e metti qualsiasi categoria ti venga in mente, perché la strada è chiara: ciascuno parlerà solo a se stesso.

E quando stiamo solo con la nostra bolla e parliamo solo a noi stessi, siamo tutti più manipolabili, facilmente pilotabili verso l’acquisto di qualsiasi prodotto, servizio e ideologia politica e sociale che il nuovo capitalismo ha in serbo per noi.

La nostra responsabilità professionale

E qui torno ai miei colleghi psicologi e a tutti quelli che usano il linguaggio della salute mentale per fare marketing della sofferenza.

Dobbiamo smetterla.

Dobbiamo smetterla di alimentare questo circolo vizioso dove ogni disagio diventa trauma, ogni difficoltà relazionale diventa tossicità, ogni imperfezione genitoriale diventa abuso.

Non perché i problemi non esistano. Ma perché patologizzare l’esistenza non li risolve.

Li amplifica. Crea identità patologiche dove invece potrebbero esserci percorsi di crescita.

La nostra responsabilità professionale non è confermare le narrazioni più facili.

È aiutare le persone a sviluppare la complessità psicologica necessaria per stare nella vita vera, con tutte le sue contraddizioni.

Quindi sì, questo Natale mi ha dato una dissonanza cognitiva pesante.

Perché ho visto chiaramente una società che si sta letteralmente frantumando sotto il peso delle sue stesse narrazioni “liberatorie”.

Ho visto l’attivismo sostituire l’impegno reale.

E ho visto anche la segnalazione morale sostituire la trasformazione autentica, così come la competizione vittimistica sostituire la solidarietà.

E soprattutto, vedo professionisti della salute mentale che invece di arginare questa deriva, la alimentano. Per follower. Per visibilità. Per vendere corsi.

Ma se i problemi che denunciamo stanno peggiorando nonostante tutta questa “consapevolezza”, forse il problema è proprio nella consapevolezza che stiamo promuovendo.

Davide Etzi

Psicologo, Psicoterapeuta, Economista comportamentale.

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