C'è una parola che negli ultimi anni ha conosciuto una fortuna linguistica straordinaria, proliferando attraverso i social media, i podcast di psicologia pop, i libri di self-help e le conversazioni quotidiane fino a diventare quasi onnipresente: "tossico". Relazioni tossiche, ambienti tossici, persone tossiche, capi tossici, pensieri tossici. Sembra che il mondo intorno a noi sia diventato improvvisamente saturo di veleni da cui dobbiamo difenderci a tutti i costi.

Come psicologo, comprendo l'origine di questa tendenza. Esiste un bisogno genuino e legittimo di dotare le persone di un linguaggio per descrivere esperienze relazionali dolorose che in precedenza non avevano nome. Il problema, tuttavia, è che quando una parola viene usata per tutto, finisce per non significare niente — e nel frattempo produce effetti collaterali che raramente vengono esaminati con la necessaria attenzione critica.

Questo articolo non è una difesa delle relazioni disfunzionali o dei comportamenti dannosi. È un invito a riflettere su come il linguaggio che usiamo per interpretare le nostre esperienze non sia neutro: plasma la nostra percezione della realtà, le nostre aspettative, le nostre scelte e, in ultima analisi, la qualità delle nostre relazioni.

L'origine di una metafora e la sua deriva

Il termine "tossico" applicato alle relazioni umane ha radici in osservazioni cliniche legittime. Esistono effettivamente configurazioni relazionali caratterizzate da manipolazione sistematica, svalutazione cronica, controllo coercitivo — dinamiche che producono danni psicologici reali e documentabili nelle persone che le vivono. Dare un nome a queste esperienze ha aiutato molte persone a riconoscerle e a uscirne.

Il problema nasce quando la metafora si espande ben oltre il suo ambito originario e inizia a descrivere qualsiasi relazione che procura disagio, qualsiasi persona con cui si litiga, qualsiasi conversazione che genera conflitto. A quel punto, la parola smette di essere uno strumento di chiarezza e diventa uno strumento di semplificazione — che è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo bisogno per orientarci in relazioni complesse.

Dal punto di vista psicologico, questo uso inflazionato del termine "tossico" attiva un meccanismo di pensiero binario particolarmente pericoloso: dividere il mondo in "relazioni sicure" e "relazioni tossiche" significa rinunciare alla sfumatura, alla complessità, alla possibilità che le persone e le relazioni siano — come in realtà sono quasi sempre — ambivalenti, contraddittorie, capaci di far soffrire e di nutrire allo stesso tempo.

Il pensiero binario e i suoi costi

Il pensiero dicotomico — quello per cui qualcosa è o bianco o nero, o buono o cattivo, o sicuro o tossico — è una modalità cognitiva che la psicologia riconosce come fattore di rischio in numerose condizioni. Non perché non esista il male, ma perché la realtà umana raramente si presta a categorizzazioni assolute.

Quando diciamo di qualcuno che è "una persona tossica", stiamo compiendo diverse operazioni cognitive problematiche contemporaneamente:

Questo non significa che non esistano situazioni in cui l'allontanamento sia la scelta giusta e necessaria. Significa che arrivare a quella scelta attraverso un processo di comprensione genuina è molto diverso dall'arrivarci attraverso un'etichetta.

Quando "tossico" diventa un modo per non guardare

Nei percorsi di coaching e psicoterapia, una delle osservazioni più frequenti che mi trovo a fare è questa: le persone che usano più spesso la parola "tossico" per descrivere le loro relazioni sono spesso quelle che fanno più fatica ad entrare in contatto con la propria parte nella dinamica.

Non è un giudizio morale — è una constatazione clinica. L'etichetta "tossico" offre una spiegazione apparentemente sufficiente che esime dall'ulteriore indagine. "È lui/lei il problema, non io." Questa narrativa può dare sollievo a breve termine, ma ostacola la crescita personale nel lungo periodo.

Le domande che invece aprono possibilità reali sono di un altro tipo: Che cosa provo in questa relazione? Che cosa mi aspettavo e che cosa non ho trovato? C'è qualcosa che questa relazione mi sta mostrando di me stesso che faccio fatica a riconoscere? Ho mai detto chiaramente all'altro quello che mi ha ferito, oppure ho aspettato che lo intuisse? Queste domande richiedono coraggio, ma producono comprensione — e la comprensione produce cambiamento reale.

Il diritto al confine senza bisogno di un nemico

Uno degli effetti più problematici della retorica del "tossico" è che sembra aver convincito molte persone che per giustificare un confine sia necessario identificare un colpevole. Come se il diritto di non volere certe dinamiche nella propria vita dipendesse dalla malvagità dell'altro.

In realtà, i confini sani non richiedono la costruzione di un nemico. Posso scegliere di ridurre o interrompere una relazione semplicemente perché non mi fa bene, senza che questo significhi che l'altra persona sia "tossica". Posso stabilire dei limiti chiari senza dover demonizzare chi si trova dall'altra parte. Posso proteggermi senza raccontarmi una storia in cui io sono la vittima e l'altro il persecutore.

Questa distinzione non è solo una questione semantica: ha conseguenze pratiche importanti. Chi esce da una relazione convinto che il partner fosse "tossico" tende a non esaminare i propri schemi relazionali — e quindi ha una probabilità molto più alta di ritrovarsi nella stessa dinamica con qualcun altro. Chi esce da una relazione con una comprensione più complessa — riconoscendo sia il dolore subito sia le proprie responsabilità — ha molte più risorse per costruire qualcosa di diverso.

Verso un linguaggio più preciso e più utile

Non propongo di abolire la parola "tossico" dal vocabolario — sarebbe un'ambizione linguistica irrealistica e probabilmente inutile. Propongo di usarla con più precisione e più consapevolezza, riservandola alle situazioni in cui descrive davvero qualcosa di specifico e grave, e di affiancarle un repertorio linguistico più ricco per descrivere le infinite sfumature della vita relazionale.

Alcune domande che possono aiutare in questa direzione:

Il linguaggio non è mai innocente. Le parole che scegliamo per descrivere le nostre esperienze plasmano il modo in cui le viviamo e le conclusioni a cui arriviamo. Sceglierle con più cura non è un esercizio accademico: è uno strumento di crescita personale tra i più potenti che abbiamo a disposizione.

Le relazioni difficili non hanno bisogno di nemici da nominare: hanno bisogno di essere capite. E capire richiede un linguaggio più ampio, non uno più semplice.

Davide Etzi

Behavioral Scientist, Psicologo, Psicoterapeuta, Executive Coach

(clicca su parliamone e contattami per un incontro se vuoi approfondire)