Nelle descrizioni dei profili di ricerca, nei colloqui di lavoro, nelle conversazioni di carriera, ho perso il conto delle volte in cui ho sentito questa frase: "So lavorare bene sotto pressione". Viene pronunciata con una punta di orgoglio, come se fosse una distinzione, un elemento di valore da mettere in evidenza. Come se la capacità di resistere allo stress fosse una competenza rara e preziosa.

Da psicologo, quella frase mi produce sempre un certo disagio. Non perché sia falsa — molte persone effettivamente riescono a funzionare anche in condizioni di forte pressione — ma perché nasconde una confusione concettuale pericolosa: quella tra la capacità di sopportare lo stress e la capacità di lavorare bene. Non sono la stessa cosa. Anzi, il più delle volte sono inversamente correlate.

Questo articolo è un invito a rimettere in discussione una delle credenze più diffuse e dannose del mondo del lavoro contemporaneo: l'idea che lo stress cronico sia un contesto normale, e che la capacità di sopportarlo sia una qualità da valorizzare.

Cosa dice la scienza dello stress lavorativo

La ricerca neuroscientifica e psicologica degli ultimi decenni ha prodotto un quadro molto chiaro su cosa succede al cervello e alle prestazioni cognitive in condizioni di stress prolungato. Lo stress acuto — la risposta a una sfida immediata e circoscritta — può effettivamente migliorare temporaneamente certi tipi di performance. È il meccanismo evolutivo del "fight or flight": di fronte a un pericolo immediato, il corpo mobilita risorse straordinarie per rispondervi.

Ma lo stress cronico — quello che caratterizza ambienti lavorativi ad alta pressione sostenuta — produce effetti radicalmente diversi. Compromette la funzione della corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile del pensiero critico, della creatività, della pianificazione a lungo termine, della regolazione delle emozioni. Aumenta la probabilità di errori. Riduce la capacità di collaborazione. Favorisce il pensiero rigido a scapito di quello flessibile. Abbassa la soglia di tolleranza alla frustrazione.

In sintesi: la persona che "lavora bene sotto stress" è quasi certamente una persona che lavora peggio di quanto potrebbe in condizioni ottimali. Sta semplicemente gestendo la propria capacità ridotta meglio di chi la gestisce ancora peggio.

Come lo stress cronico viene normalizzato nelle organizzazioni

Il problema non è solo individuale: è culturale e organizzativo. In molte realtà lavorative, lo stress è stato normalizzato al punto da diventare invisibile — è semplicemente "come funziona" lavorare in quel contesto. Le persone che esprimono il loro disagio vengono percepite come deboli o poco professionali. I leader che lavorano dodici ore al giorno e rispondono alle email nel fine settimana inviano un messaggio implicito chiaro: questo è lo standard.

Questa normalizzazione produce conseguenze a catena. Le persone imparano a tacere il proprio disagio, a non segnalare i limiti del sistema, ad adattarsi a condizioni che non sono sostenibili. Si sviluppa quella che potremmo chiamare "resilienza per conformismo" — non la resilienza autentica di chi affronta le difficoltà con consapevolezza e risorse, ma quella di chi ha smesso di aspettarsi qualcosa di diverso.

Le organizzazioni che vivono in questo regime raramente si interrogano sul costo di questa normalizzazione: errori, scarsa qualità delle decisioni, conflitti interpersonali, turn-over elevato, assenteismo, e quella forma sottile ma devastante di spreco che è il talento che non si esprime perché le condizioni non lo permettono.

La differenza tra sfida e stress cronico

È importante non cadere nell'equivoco opposto: non sto sostenendo che il lavoro debba essere privo di tensione, di scadenze, di momenti intensi. La sfida è uno dei motori principali della crescita professionale. Il problema non è la sfida in sé, ma la mancanza di recupero — la condizione in cui la pressione non si allenta mai, in cui non c'è spazio per elaborare, ricaricarsi, riflettere.

La differenza tra sfida sana e stress cronico si misura su alcune dimensioni chiave:

Lavorare su questi quattro elementi non è un lusso: è una condizione necessaria per sostenere prestazioni elevate nel tempo, senza distruggere le persone nel processo.

Perché continuiamo a idealizzare la resistenza allo stress

Se le evidenze scientifiche sono così chiare, perché continuiamo a premiare culturalmente la capacità di "reggere" lo stress piuttosto che quella di lavorare in condizioni ottimali? La risposta ha a che fare con strati profondi di cultura del lavoro che si sono sedimentati nel tempo.

C'è una componente moralistica: lo stress come prova di impegno, come dimostrazione di quanto si tiene alla propria carriera. Il riposo viene percepito come pigrizia, i confini come debolezza, la cura di sé come egoismo. In questo quadro valoriale, soffrire per il lavoro diventa quasi una virtù.

C'è una componente identitaria: l'essere "sempre impegnati" e "sempre sotto pressione" è diventato uno status symbol in molti ambienti professionali. Il calendario pieno, le email a tutte le ore, le giornate che iniziano presto e finiscono tardi — questi segnali comunicano importanza, rilevanza, valore.

E c'è una componente di conformismo: quando tutti intorno a noi si comportano in un certo modo, è psicologicamente molto difficile fare diversamente. Il costo sociale di segnalare un disagio in un contesto in cui nessuno lo fa è percepito come troppo alto.

Cosa fare concretamente

Cambiare questo paradigma richiede azioni a livello sia individuale sia organizzativo. A livello individuale, alcune delle pratiche più efficaci che propongo nei percorsi di coaching sono:

A livello organizzativo, il cambiamento richiede che i leader incarnino comportamenti diversi — e che smettano di premiare la presenza a tutti i costi e inizino a misurare ciò che davvero conta: la qualità del lavoro prodotto, la sostenibilità nel tempo, il benessere delle persone.

Lavorare bene sotto stress non è una competenza: è un adattamento a un contesto disfunzionale. La vera competenza è costruire le condizioni in cui lo stress sia l'eccezione, non la norma.

Davide Etzi

Behavioral Scientist, Psicologo, Psicoterapeuta, Executive Coach

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