La domanda scomoda
Può un coach lavorare con qualcuno che presenta un disturbo di personalità? È una domanda fondamentale che il settore del coaching raramente affronta direttamente — specialmente in un'epoca di crisi della salute mentale e di proliferazione di coach formati in weekend.
Cosa sono i disturbi di personalità
I disturbi di personalità rappresentano configurazioni stabili, pervasive e disfunzionali che riguardano il modo in cui un individuo percepisce se stesso, gli altri e il mondo. Non si tratta di semplici blocchi emotivi risolvibili in poche sessioni di coaching, ma di tratti strutturali che richiedono intervento terapeutico specializzato.
- Pattern relazionali rigidi (borderline)
- Diffidenza cronica (paranoide)
- Costante ricerca di ammirazione con deficit empatico (narcisistico)
- Isolamento persistente (evitante)
- Vuoto cronico o autosvalutazione (depressivo)
Coaching vs Psicoterapia: professioni distinte
Il coaching serve individui sani che perseguono obiettivi, miglioramento della performance e crescita personale. La psicoterapia si occupa della sofferenza psicologica, elabora traumi e ristruttura pattern di personalità disfunzionali. Il coaching opera a livello operativo superficiale; la terapia lavora in profondità identitaria. Confondere le due cose rappresenta sia un errore tecnico che un rischio clinico.
I rischi concreti
Quando i coach incontrano problematiche clinicamente significative senza essere preparati, rischiano di: banalizzare la sofferenza psicologica, rinforzare meccanismi disfunzionali, e non avere strumenti per la gestione delle crisi.
- Lavorare con clienti borderline può innescare idealizzazione seguita da rapida svalutazione
- I clienti narcisisti resistono al feedback e proiettano la colpa
- I clienti evitanti vengono paralizzati dalla paura del giudizio
- L'approccio orientato all'azione del coaching può accendere fragilità sottostanti invece di contenerle
La risposta sfumata
Il coaching non è categoricamente inappropriato per chi ha un disturbo di personalità. Può complementare (non sostituire) la terapia quando: il cliente ha già una diagnosi chiara ed è in terapia attiva; il coach riconosce i segnali clinici e conosce i propri limiti; esistono accordi trasparenti sui limiti del lavoro. Il coaching è invece inappropriato quando il cliente porta sofferenza profonda non elaborata, instabilità emotiva o disregolazione.
Linee guida per coach responsabili
- Ricercare formazione seria che vada oltre il coaching
- Imparare a riconoscere i segnali clinici per riferimenti appropriati
- Costruire reti collaborative con psicoterapeuti
- Stabilire confini chiari prima di iniziare il lavoro
- Non minimizzare la sofferenza; riconoscere il potenziale trauma sotto le problematiche presentate
Non tutto è "coachable". A volte è necessario un lavoro terapeutico più profondo. Riconoscerlo non è un fallimento: è la vera evoluzione professionale.
Davide Etzi
Behavioral Scientist, Psicologo, Psicoterapeuta, Executive Coach
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