Nella mia pratica clinica mi capita spesso di incontrare persone che, pur essendo intelligenti, capaci e motivate, si ritrovano intrappolate in circoli viziosi dai quali non riescono a uscire. Non perché manchino di risorse, ma perché le strategie che adottano per risolvere il problema sono, esse stesse, ciò che lo alimenta. È uno dei principi più controintuitivi della psicoterapia strategica: spesso la soluzione tentata è il vero problema.
Questo concetto, sviluppato dal Mental Research Institute di Palo Alto e ripreso in modo brillante da Giorgio Nardone nella tradizione della terapia breve strategica, ribalta completamente il modo in cui siamo abituati a pensare ai nostri disagi. Non si tratta di cercare cause remote nel passato, ma di osservare cosa la persona fa nel presente per tentare di gestire la propria difficoltà e come, paradossalmente, quei tentativi la peggiorano.
Il concetto di tentata soluzione
Quando ci troviamo di fronte a un problema, il nostro istinto è quello di fare qualcosa per risolverlo. Fin qui, nulla di strano. Il punto è che, quando la strategia adottata non funziona, la tendenza naturale non è quella di cambiarla, ma di intensificarla. Facciamo di più la stessa cosa, convinti che il problema sia nella quantità dello sforzo e non nella direzione.
La tentata soluzione è quindi quel comportamento ripetitivo che la persona mette in atto con l'intenzione di risolvere un problema, ma che finisce per mantenerlo o addirittura aggravarlo. Si crea così un circolo vizioso: il problema genera la tentata soluzione, la tentata soluzione alimenta il problema, il problema si intensifica e con esso la tentata soluzione.
Il lavoro del terapeuta strategico consiste proprio nell'identificare questo circolo e interromperlo, spesso attraverso prescrizioni paradossali o manovre che sovvertono la logica abituale del paziente.
Il controllo che genera caos
Uno dei paradossi più comuni che osservo riguarda il tentativo di controllare ciò che per sua natura non può essere controllato. L'ansia ne è l'esempio più emblematico: chi soffre di attacchi di panico sviluppa un sistema di controllo sempre più rigido. Monitora costantemente il proprio corpo, evita situazioni potenzialmente attivanti, cerca rassicurazioni, pianifica vie di fuga.
Il risultato? Più la persona cerca di controllare l'ansia, più diventa ipervigile, più il sistema nervoso resta in stato di allerta, più le sensazioni fisiche si amplificano, più cresce la paura di un nuovo attacco. Il controllo, che dovrebbe produrre sicurezza, genera il suo esatto opposto.
Ricordo un dirigente che avevo in terapia, un uomo brillante e competente, che aveva sviluppato un elaborato sistema di controllo per gestire i propri attacchi di panico: misurava la frequenza cardiaca ogni ora, portava sempre con sé un saturimetro, evitava ascensori e riunioni a porte chiuse. Ogni nuovo strumento di controllo, anziché rassicurarlo, gli confermava implicitamente che il pericolo era reale. Quando abbiamo iniziato a lavorare sulla rinuncia volontaria al controllo, il sistema si è gradualmente disinnescato.
L'evitamento che amplifica la paura
Un altro paradosso classico riguarda l'evitamento. Quando qualcosa ci spaventa, la reazione più naturale è evitarla. E in effetti, nell'immediato, l'evitamento funziona: il sollievo è rapido e tangibile. Ma è proprio questo sollievo a renderlo una trappola.
Ogni volta che evitiamo una situazione temuta, comunichiamo al nostro cervello due messaggi simultanei:
- Il pericolo era reale, hai fatto bene a scappare.
- Non sei in grado di affrontare quella situazione.
Il risultato è che la paura non diminuisce, ma cresce. E con essa cresce il perimetro dell'evitamento. Chi inizia evitando l'autostrada finisce per evitare anche le strade provinciali. Chi evita di parlare in pubblico inizia a evitare anche le riunioni con pochi colleghi. L'evitamento si espande come una macchia d'olio, restringendo progressivamente lo spazio di vita della persona.
In terapia strategica, una delle manovre più potenti consiste nel guidare la persona verso piccole esposizioni graduate che rompono il circolo dell'evitamento, dimostrando che la paura può essere attraversata senza le conseguenze catastrofiche immaginate.
La ricerca di rassicurazione che alimenta il dubbio
Chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo o di ipocondria conosce bene questo paradosso. Il dubbio genera angoscia, l'angoscia spinge a cercare rassicurazione, la rassicurazione funziona per qualche minuto o qualche ora, poi il dubbio torna più forte di prima.
Perché accade? Perché ogni rassicurazione ricevuta conferma implicitamente che il dubbio meritava attenzione, che la domanda era legittima, che il pericolo era plausibile. Inoltre, la rassicurazione crea dipendenza: la persona perde progressivamente la capacità di rassicurarsi da sola e ha bisogno di fonti esterne sempre più frequenti e autorevoli.
Ho lavorato con una donna che, convinta di avere una malattia grave nonostante decine di esami negativi, aveva sviluppato un rituale quotidiano: leggeva articoli medici online, confrontava i propri sintomi, chiamava il medico, chiedeva conferma al marito. Ogni rassicurazione la calmava per poche ore, poi un nuovo sintomo o una nuova lettura riaccendeva il ciclo. Quando abbiamo iniziato a lavorare sulla rinuncia alla ricerca di rassicurazione, sostituendola con una prescrizione paradossale, il meccanismo ossessivo ha iniziato a perdere forza.
La comunicazione che crea il conflitto
I paradossi non riguardano solo la dimensione individuale. Nelle relazioni di coppia e nei contesti organizzativi, le tentate soluzioni comunicative sono spesso la principale fonte di conflitto. Alcuni esempi ricorrenti:
- Insistere per ottenere apertura: più uno dei partner chiede all'altro di aprirsi, più l'altro si chiude, più il primo insiste, creando una escalation di richiesta e ritiro.
- Criticare per ottenere cambiamento: più si critica un comportamento, più l'altro lo difende o lo intensifica per reazione, più si alimenta la critica.
- Controllare per prevenire il tradimento: più si controlla il partner, più si comunica sfiducia, più la relazione si deteriora, più cresce la probabilità di ciò che si teme.
- Essere sempre disponibili per essere amati: più ci si annulla per l'altro, più si perde valore ai suoi occhi, più l'altro si allontana.
In ciascuno di questi casi, l'intenzione è buona, ma l'effetto è opposto a quello desiderato. La terapia strategica interviene su questi pattern relazionali con prescrizioni specifiche che modificano il comportamento di uno dei due attori, innescando un cambiamento nell'intero sistema.
Rompere il circolo: la logica paradossale del cambiamento
Se il problema è mantenuto dalla soluzione, la via d'uscita è controintuitiva: bisogna smettere di fare ciò che si è sempre fatto, anche quando ogni fibra del nostro essere ci dice di continuare. Questo è il cuore della terapia strategica.
Le tecniche utilizzate sono spesso paradossali. Si chiede all'insonne di restare sveglio volontariamente, a chi ha paura di provocare deliberatamente la propria paura, a chi cerca il controllo di rinunciarvi in modo programmato. Non si tratta di provocazione, ma di una logica precisa: se la tentata soluzione mantiene il problema, la sua inversione lo destabilizza.
Nella mia esperienza clinica, questo approccio produce risultati rapidi e duraturi proprio perché non lavora sulle cause remote, ma sul meccanismo che mantiene il problema nel qui e ora. Cambiando il fare, cambia il sentire. Cambiando il sentire, cambia il pensare. E cambiando il pensare, si apre la porta a una nuova percezione della realtà.
La consapevolezza da sola non basta. Molte persone comprendono perfettamente il proprio problema, sanno esattamente cosa dovrebbero fare, eppure continuano a ripetere gli stessi schemi. Perché la logica del circolo vizioso è più forte della logica razionale. Per uscirne, serve un'esperienza concreta che rompa il pattern, non una spiegazione che lo descriva.
Non possiamo risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che lo ha creato. Il primo passo per uscire da un circolo vizioso è riconoscere che ciò che stiamo facendo per stare meglio è esattamente ciò che ci tiene incastrati. Solo allora possiamo avere il coraggio di fare qualcosa di diverso, anche se tutto dentro di noi resiste.
Davide Etzi
Behavioral Scientist, Psicologo, Psicoterapeuta, Executive Coach
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