C'è un equivoco frequente che vale la pena chiarire subito: criticare il neoliberismo contemporaneo non equivale a professare il comunismo. Chi si oppone alle logiche speculative dei grandi fondi di investimento — BlackRock, Vanguard, State Street — non necessariamente invoca l'abolizione dell'impresa privata. Al contrario, difende la possibilità concreta per tutti di fare impresa in condizioni eque.

Il fraintendimento sul lavoro

Un malinteso pericoloso si è diffuso, soprattutto tra le generazioni più giovani: rappresentare il lavoro come un'attività intrinsecamente priva di senso, qualcosa da evitare o rifiutare in blocco.

È giusto e necessario criticare le condizioni di sfruttamento. Ma svalutare il lavoro in sé rappresenta un errore concettuale profondo.

Da una prospettiva psicologica, la capacità di generare valore — creare e produrre ciò che altri apprezzano — costituisce un elemento fondamentale dell'identità personale. Il lavoro non è solo fonte di reddito, ma spazio di status, appartenenza, significato e autorealizzazione. L'identità psicosociale richiede una dimensione produttiva che permetta di incidere sulla realtà esterna.

Difendere il lavoro e l'impresa, non i colossi

Il problema non è il capitalismo in sé, ma la sua versione più distorta e predatoria: i giganti finanziari globali che colonizzano ogni settore con logica monopolistica travestita da libero mercato.

Questi soggetti controllano i capitali governativi, determinano la sopravvivenza aziendale e condizionano la respirazione economica dei Paesi. Opporsi a questa configurazione non significa rigettare il capitalismo, ma rifiutare un sistema che elimina il pluralismo imprenditoriale e riduce le persone a "ingranaggi intercambiabili."

La mia posizione

La mia posizione si può riassumere in pochi punti chiari:

Non è ideologia. È igiene politica, psicologica, sociale ed economica.

Quello che molti chiamano "socialismo liberale" non è un ossimoro: è forse l'unica alternativa realistica a un sistema che, nella sua forma più aggressiva, finisce per divorare anche le aziende che dovrebbe sostenere.

Cosa possiamo fare

La consapevolezza è il primo passo. Capire come funzionano i meccanismi del capitalismo finanziario — come i fondi speculativi, la finanziarizzazione dell'economia, la concentrazione del potere economico — è un atto di autodifesa collettiva.

Poi viene l'azione: sostenere l'imprenditoria locale, scegliere dove mettere i propri risparmi, partecipare al dibattito politico con strumenti culturali adeguati. Non aspettarsi che il sistema si riformi dall'alto, ma costruire dal basso le condizioni per un'economia più umana.

Il lavoro merita di essere salvato. L'impresa merita di essere difesa. E le persone meritano un sistema economico che le tratti come protagonisti, non come risorse da ottimizzare.

Davide Etzi

Behavioral Scientist, Psicologo, Psicoterapeuta, Executive Coach

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